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giovedì 31 gennaio 2013

Monografie: artisti del Novecento

Ottone Rosai


Nasce a Firenze nel 1895.Frequenta  l'Accademia di Belle Arti fiorentina da cui viene espulso dopo pochi anni per cattiva condotta. Decide quindi di proseguire come autodidatta, e in questo periodo entra in contatto con il poeta e pittore Ardengo Soffici che, nonostante si scontrasse spesso con i suoi promotori, lo avvicina all'arte futurista  Da qui traggono ispirazione le sue prime opere (Bottiglia + zantuntun, 1912). In questi anni alterna alla fase futurista un breve periodo cubista. Come molti giovani artisti della sua epoca, si arruola come volontario nell'esercito e partecipa alla I° guerra mondiale. Alla fine della guerra, trova nelle nuove idee di un giovane Mussolini, l’entusiasmo e lo slancio che cercava per opporsi alla borghesia e al clericalismo che tanto detesta. In questo periodo la sua pittura ritrae persone della sua famiglia, nature morte o figure di anziane tristemente sedute, e scene di vita quotidiana, improntate al tipico populismo toscano. Fino al 1929 collabora come illustratore ad alcune testate dell'epoca fascista (Il Selvaggio, Il Bargello). La stipula dei Patti Lateranensi è per lui la conferma che lo spirito anticlericale del primo Mussolini è stato tradito. La sua prima reazione è quella di pubblicare uno scritto (Per lo svaticanamento dell'Italia) che desta scalpore tra le gerarchie fasciste. Il suo dissenso viene punito dal Regime facendo venire a galla particolari sulla sua omosessualità. Per questo motivo Rosai è costretto a sposare un'amica d'infanzia, che conosce e accetta le sue attitudini. Questa sua parvenza di “rispettabilità”non gli impedisce tuttavia di continuare a cercare amori clandestini con adolescenti prostituti. Nel 1938 egli fu ammonito dalla polizia fascista per queste sue frequentazioni  e evitò d'essere deportato al confino solo grazie al suo passato fascista. Il non poter vivere la sua omossessualità prima e la sua adesione al ventennio fascista poi, fu per Rosai un dramma che si estese anche alla sua arte e che lo rese inviso sia ai critici di sinistra sia a quelli di destra. Negli anni trenta il disagio esistenziale di Rosai lo conduce a vivere in luoghi isolati, lontani dalla comunità, e la sua pittura si carica di collera e di pessimismo; i suoi autoritratti delineano una figura di artista tormentato e dolente.


Dopo l'8 settembre 1943, Rosai viene fatto oggetto di una brutale aggressione, questa volta da parte degli antifascisti che vedono in lui un sostenitore del regime, ignorando le umiliazioni che egli stesso aveva subito dai gerarchi fascisti .Nel dopoguerra Rosai aderisce al progetto della importante collezione Verzocchi, sul tema del lavoro, inviando, oltre ad un autoritratto, l'opera "I muratori". La collezione Verzocchi è attualmente conservata presso la Pinacoteca Civica di Forlì. Negli anni cinquanta comincia a farsi conoscere in ambito internazionale, partecipando a rassegne in molte capitali europee. Negli ultimi anni  Rosai riduce  la sua pittura a un groviglio di segni brutali e da colori cupi, stravolgendo le fisionomie in maschere primitive.  Rosai muore di infarto nel 1957 ad Ivrea, dove stava allestendo una sua personale.








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